Quando si parla di “servizi domiciliari” si pensa spesso a una prestazione: un’ora di igiene personale, un pasto preparato, un accompagnamento dal medico. È tutto vero ed è necessario. Ma dietro l’organizzazione e i turni della Cooperativa Margherita si muove un’idea più ampia, quella che La Bottega del Possibile chiama da anni “cultura della domiciliarità”: un concetto che non coincide né con il domicilio come semplice indirizzo, né con l’assistenza domiciliare come singolo intervento tecnico.
La domiciliarità è lo spazio di senso in cui una persona si riconosce: la propria casa, i ricordi, gli affetti e la rete di relazioni che la tengono ancorata al proprio contesto di vita. È l’idea che nessuno dovrebbe essere costretto a lasciare il proprio “abitare sociale” solo perché è comparsa una fragilità.
Non un solo target: anziani, persone con disabilità, minori
Il tratto più significativo di questa impostazione è la scelta di non rivolgersi a un’unica categoria di utenza. I destinatari sono anziani, persone con disabilità e minori: tre mondi che condividono lo stesso bisogno di essere sostenuti restando nel proprio ambiente di vita.
Per un anziano significa poter invecchiare nella propria casa; per una persona con disabilità, costruire un progetto di vita autonomo; per un ragazzo, ricevere un aiuto educativo che entra in casa senza isolare la famiglia. Mettere insieme queste tre età della vita significa affermare che il diritto di abitare la propria esistenza vale a sei anni come a novanta.
Una rete di professionisti al servizio della persona
Le figure professionali impegnate nei servizi domiciliari sono varie e integrate tra loro: l’operatore socio-sanitario, l’assistente sociale, l’educatore professionale, lo psicologo, il fisioterapista e specialisti esterni.
Il modello richiama da vicino quello sperimentato da Cooperativa Margherita con il progetto SETA (Servizio Educativa Territoriale Anziani), un servizio di carattere assistenziale ed educativo rivolto ad anziani fragili a rischio di isolamento sociale, che prevede l’attivazione della rete territoriale — medici di base, distretto sanitario, parrocchie e volontariato — per rispondere in modo efficace ai loro bisogni.
Nessun servizio domiciliare regge da solo: funziona se diventa un tassello di una rete più larga, capace di prendersi cura della persona nella sua interezza. Gli interventi spaziano dal sostegno nelle dimissioni ospedaliere all’accompagnamento nelle fasi terminali, fornendo un’assistenza che si occupa anche di solitudine e dignità.
Un lavoro fatto di relazioni, non solo prestazioni
Sarebbe riduttivo leggere questo lavoro solo attraverso la lente economica. Chi entra in una casa entra nel luogo in cui una persona ha costruito la propria storia. Lavorare lì significa essere ospiti prima ancora che operatori, il che richiede ascolto, discrezione e capacità di adattarsi ai tempi dell’assistito.
È un lavoro che restituisce dignità sia alla persona, che mantiene il proprio contesto di vita, sia agli operatori, che diventano parte attiva della comunità costruendo relazioni di cura su misura.
Verso una nuova cultura del welfare
I dati sul welfare italiano mostrano un carico di cura che grava soprattutto sulle famiglie e servizi che faticano a stare al passo con l’invecchiamento della popolazione. In questo scenario, esperienze come quella di Cooperativa Margherita indicano una direzione: rimettere la persona al centro.
La domiciliarità è la scommessa che la cura migliore sia quella che permette a ciascuno di restare protagonista della propria casa e della propria comunità il più a lungo possibile.