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“Tanti saluti”

Resoconto dell’incontro:

Il clima è quasi surreale: parlare di morte in un ambiente come un bar nel centro del paese, di sabato sera, tra il rumore del frullatore e il tintinnare dei bicchieri… Come se la morte e la vita si incontrassero sorridendo l’una dell’altra. E le due donne: Giuliana e Domenica, splendenti e consuete,pur nell’immediatezza di un primo incontro. E tutto diviene armonico: i quadri alle pareti, le persone sedute ovunque, ma proprio ovunque!

 E quando Marco Artusi chiede alla Musso il perché di un tema così inusuale ancora una volta la Musso parla della sua vicenda personale, condividendo note biografiche (la perdita la mamma in tenera età) e  tappe esistenziali (come fasi di crescita). E così per lei “tanti saluti” è “un regalo che mi sono fatta”. Lo spettacolo si è costruito quasi naturalmente, dopo aver parlato della nascita e della sessualità. Conclude una trilogia fondamentale della vita, trattando un tema tabù. Per costruirlo ha intervistato tantissimi professionisti (medici, infermieri, …) e incontrando persone che lavorano col fine vita si sono aperti ogni volta racconti nuovi e di una profondità sconvolgente (chi ha partecipato all’aperitivo ne ha vissuto direttamente uno spaccato). “Scoprendo cosa?” incalza Artusi. Che chi fa quel lavoro deve entrare in contatto col proprio senso di morte e di paura. Nelle interviste raccolte ci sono i due toni: di ciò che si dice, si racconta e dei clown. Quello che più la sorprende sono le emozioni che provano al termine dello spettacolo gli attori: si ritorna alle cose buone, si finisce con gioia, ci si sente come bambini dentro una fiaba. Meravigliosamente tragica. E anche chi racconta la propria esperienza nelle interviste  parte dal ruolo professionale per raccontare dell’amico malato e qui l’umanità esplode!

E Domenica Boaria esordisce dicendo che lei della morte aveva paura. Se ne è occupata perché la domanda è arrivata da una persona sola, non ha potuto sottrarsi. In genere sostiene le persone vicine perché chi sta per morire (e tutti lo sanno) vuole vicino le persone care, non dei professionisti. Il modo migliore per prepararsi alla morte è quella di avere vicino 3-4 amici. Sono i rimpianti e i rimorsi che non ci lasciano morire. E nella sua esperienza la Boaria ne ha incontrate tante di situazioni così.

Lavorare in ospedale non è facile. Solo chi ha fatto pace col proprio morire può accompagnare qualcuno d’altro. E non sempre il personale sanitario lo ha fatto e spesso è in difficoltà. Forse è più facile trovare cercare un buon amico più che un buon medico, senza lasciare il fine vita in balia del mercato della sanità.

L’arte è la via migliore per parlare di morte (… anche la frequentazione aiuta, sottolinea la Musso).

Anche le esperienze pre-morte, se incrociate con spirito laico, possono aiutare a superare la paura. “Ai miei pazienti che mancano chiedo di venirmi a trovare dopo. E posso dire di aver sperimentato questi incontri. Devo credere che qualcosa ci sia dopo la morte”. E’ bello evitare il distacco tra la concretezza e il misticismo, la vita è relazione, è paura, … E’ perché non si vive che si ha paura di morire. Ci crediamo eterni. Una volta si chiedeva di tornare a casa a morire, adesso si porta in ospedale chi sta per morire. E’ difficile stare vicino a chi morirà, perché vediamo noi stessi. E l’Artusi interroga sul ruolo delle famiglie. Se non c’è una donna in casa è impossibile seguire chi sta male. Neanche per un periodo a volte si può fare, perché si perde il lavoro.

Se ogni tanto, solo ogni tanto, pensassimo di dover morire, ci farebbe proprio bene!  Questa è l’unica verità. Ci aiuterebbe a ridimensionare i rancori e a non rimuovere il morire, senza spettacolarizzarlo.

Chi sta per morire ci chiede contatto, una carezza, tenerezza. D’altro canto è sufficiente l’esperienza di malattia e dipendenza per riscoprire il valore delle piccole cose. Nell’ultima fase torniamo fisici, come nella prima parte della vita. Abbiamo un ampliamento degli organi di senso, è tutto amplificato. Dovremmo avvicinarsi così come siamo, senza barriere. E’ utile anche chiederci cosa diranno di noi dopo morti. Prepararci a morire serve per vivere meglio.

Alle domande del pubblico la Boaria risponde che il credere non modifica la situazione. Tutti hanno paura, l’importante è che ci sia qualcuno. E’ la fiducia che conta. A chi chiede come gestire la sofferenza di chi resta, la Boaria ricorda che il lutto non è evitabile. Serve il tempo, la condivisione , parlare molto di chi non c’è più. Nessuno e niente può risparmiare questa fatica.

Conclude ricordando che ci sono possibilità che l’arte apre, guardare uno spettacolo della Musso è come leggere 50 libri!

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One Response so far.

  1. loreta ha detto:

    Serata magnifica (l’ha già detto qualcuno!!!) degna conclusione di un percorso intenso ricco di spunti di riflessione, di incontri significativi, di attimi di comozione e altri esileranti…

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