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Massimo Cirri a Sandrigo per Margherita in festa!

CM2013 CIRRI

 

 

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IL TEMPO  SENZA LAVORO

SERATA IN VILLA MASCOTTO CON MASSIMO CIRRI E LAVORATORI AGILA – EX EUTELIA

 

MASSIMO CIRRI: Ringrazio per l’invito e per l’ospitalità. Cos’è il tempo senza lavoro? Ci sono molte risposte e c’è un filo comune nell’andare in casa di persone che hanno un qualche casino: è un’interrogazione collettiva che abbiamo provato a fare. Ci si trova privati di un pezzo di vita, di voglia, quando il tempo non c’è; è una questione affettiva, emotiva, politica. Agila Eutelia lascia 2000 persone senza lavoro per un atto criminale, non tanto per la crisi, per la globalizzazione, per il fatto di portare le aziende all’esterno – e questa consapevolezza è un dolore aggiuntivo. Dobbiamo chiederci qual è la nostra identità lavorativa. Senza lavoro si perde qualcosa – non solo il salario, ma anche la voglia, la possibilità, l’identità, la ragione di essere. È un’interrogazione muta, che non prende parola, parole che non vengono fuori perché bloccate dai meccanismi della vergogna. A volte, per altri meccanismi, essere senza lavoro viene vissuto con senso di colpa. Perché diciamo di noi stessi “sono un ragioniere” piuttosto che “faccio il ragioniere”?

Ci si ritrova a pensare: Sono molto poco, sono un grumo di dolore… Cosa ce ne facciamo, dove lo portiamo, questo grumo? Spesso si finge una normalità, perché la fine del lavoro è la fine della vita.

Con il libro è capitato che un pezzo del sindacato durante un’assemblea ha chiesto che cosa fare di questo dolore, del fatto che c’è gente che non ci sta più con la testa. Si va dal medico di base? Dalla famiglia? Dai servizi specialistici? Lo si poteva tenere lì, in fabbrica e farlo diventare un discorso collettivo. Rimaniamo assemblea sindacale però aggiungiamo il linguaggio del dolore. Intrecciamo i dolori, qualcuno dice che non si combina nulla, ma si può provare a parlare del proprio star male: nasce la possibilità di poter mettere su un palcoscenico collettivo una dimensione umana – la sofferenza e l’incasinamento. Cominciamo a depositarlo lì (che è già un atto politico rivoluzionario) e lo facciamo diventare qualcos’altro: un gruppo di auto aiuto, dove poi si scrivono le cose che emergono. Sì, è un pezzo di sindacato. Narrando in giro questa cosa succede qualcosa.

 

Come nasce questa idea? Vi aspettavate che venisse fuori qualcosa di così grande?

CORRADO: È una storia molto bella, nata in una fabbrica che ha una lunga storia, una tappa della storia dell’informatica italiana. Narra di come un paese come l’Italia – che ha avuto una grande intuizione – sia una paese che non ha saputo portare a profitto un’intelligenza, un sapere, ma ha dilapidato un patrimonio di conoscenza. Non c’è un’idea di economia che difende il lavoro, perché gli interessi sono altri, come la finanza. Soprattutto racconta di uno scenario completamente nuovo per noi. Quando sono entrato in fabbrica, a vent’anni, trent’anni fa, c’è una forte capacità comunicativa, c’era aiuto e confronto tra le persone, che ha segnato  il clima della fabbrica fino agli anni Novanta – ed era quello che si sentiva anche nei paesi, c’era una condivisione di un’idea di comunità locale, in una dimensione collettiva. Il libro racconta di un momento che non è più quello: adesso tra le persone c’è il silenzio quando va bene e la competizione quando va male. Se uno ha la 104 perché ha un figlio disabile, non lo dice, perché ha paura che se l’azienda va in crisi entrerà direttamente nella lista di quelli che per primi perderanno il lavoro. Inoltre, capita che il collega di questi genitori dica: Quando manchi, tocca a me fare il tuo lavoro. Se il clima è di solitudine e di competizione, il dramma del tempo senza lavoro te lo tieni addosso e scava, vai a letto e non dormi, e la paura si trasforma in depressione, genera mostri e la vita diventa un inferno. L’idea semplice è che invece di tenersi dentro tutto il dolore, di generare pensieri come “forse è anche un po’ colpa mia”, ci mettiamo insieme e ci raccontiamo, che apre un respiro diverso. Racconta una pratica, di persone che il giorno prima stavano male e mano a mano, raccontandosi e sentendosi ascoltati, si trovavano a relativizzare i propri dolori e non si sentivano più gli unici. È un aspetto emotivo importante: quando riesci a dire quello che ti sei tenuto dentro per mesi e vedi negli occhi degli altri la comprensione, hai sciolto un nodo e stai meglio. Fai parte di qualcosa di più grande di te e provi sollievo – e dopo tre, quattro, cinque volte sorridi e ridi delle questioni che prima ti facevano piangere. Sono pratiche che ti cambiano: ripensi alla tua vita, la rileggi e si accende la voglia di rialzarsi e camminare. Questa cosa è successa concretamente.

Abbiamo spesso perso il gusto di raccontarsi, anche in casa e con gli amici; in racconto è la parte iniziale di un processo di uscita dalla solitudine; adesso siamo soli. Con il libro si scommette su una strada nuova. Altro passaggio: l’Eutelia è una fabbrica grande, nota, ma quanti a Milano saranno a casa a elaborare il lutto dell’essere senza lavoro? Siamo allora andati a Radio Popolare e abbiamo ripetuto una sorta di assemblea di fabbrica, lanciandola nell’etere. Abbiamo fatto una proposta: noi mettiamo a disposizione la sala più bella della Camera di Lavoro e chi vuole si trova lì: sono arrivate tante persone, che hanno costituito un gruppo, che hanno tirato fuori lo stesso demone e hanno cercato di sconfiggerlo.

E poi siamo andati al Comune di Milano e abbiamo fatto un seminario e così anche il Comune ha messo a disposizione uno spazio in una villa in cui le persone che si trovavano in una situazione simile potevano ritrovarsi.

E poi è partito un gruppo a Parma, Lodi, a Monza e Brianza.

Bisogna ricominciare a reinvestire su una cosa fondamentale: bisogna creare luoghi in cui ci si prende cura della relazione, in cui le persone possono ricostruire un’idea di vita non in solitudine, ma sociale, in cui ripensarci come comunità, perché la vita in solitudine è brutta anche quando non si vivono drammi.

 

Ti eri già avvicinata alla scrittura: che impatto ha avuto su di te questa proposta?

PAOLA: Non sono una scrittrice, anche se ho sempre avuto l’abitudine di scrivere. Nel momento in cui la vita si è complicata, è tornato naturale scrivere. È stato un punto di arrivo di un percorso iniziato diversamente, con un terremoto nella vita. Ho iniziato a lavorare nel 1986, appena laureata, ho lavorato nello stesso posto per tutta la vita lavorativa; dopo 25 anni è arrivata una nuova proprietà che ha acquisito la mia azienda, per cui noi, abituati a lavorare in multinazionali, ci siamo trovati a lavorare con un’azienda padronale italiana che stava smantellando quello che avevano costruito e noi eravamo degli addetti a cui veniva detto momento dopo momento che cosa dovevamo fare, con procedure standardizzate e tanto controllo. Le relazioni tra di noi erano diventate impossibili: eravamo timorosi e sospettosi. La situazione si è deteriorata, hanno gettato duemila persone come fossero spazzatura, cominciando a non pagare più lo stipendio. Finalmente, duemila impiegati in tutta Italia hanno deciso che era troppo e la situazione paradossalmente è migliorata perché stavamo facendo qualcosa per rialzare la testa e le relazioni sono migliorate – anche per il fatto di condividere l’occupazione delle diverse sedi, nella vita quotidiana. Sono stati nove mesi di occupazione. Volevamo estromettere questa gestione farabutta, avere una amministrazione straordinaria, cosa che abbiamo ottenuto, ma per la maggior parte di noi è arrivata la cassa integrazione. I lavoratori avevano un’età medio-alta, 45-50 anni; ognuno di noi si è trovato a casa propria, a fare i conti col fatto che quel lavoro lì non c’era più, perché tutti sapevamo che il ritorno non ci sarebbe stato. Le persone hanno cominciato a stare male. Fortunatamente, c’era una forte struttura sindacale, che si inventava di tutto per tenere insieme le persone e che si è resa conto di come esse stavano male. Quando sono venuti in assemblea alcuni dell’Eutelia proponendo di raccontarsi dal punto di vista personale, all’inizio eravamo un po’ perplessi, perché non succede mai che dei colleghi si raccontino come stanno intimamente. Abbiamo cominciato ad incontrarci, senza sapere bene cosa si andava a fare, era più un’intuizione che altro. Nel secondo incontro, è avvenuto un momento catartico: una collega che si è messa a piangere e raccontare il suo dolore – da lì, tutti ci siamo sentiti autorizzati a raccontare la nostra vita. Questa cosa ha aiutato tanti di noi a rialzare lo sguardo e uscire da un’empasse. Io ad esempio ero molto arrabbiata e mi sentivo in colpa perché urlavo verso chi mi stava accanto, i figli, il marito. Da lì abbiamo visto che appena raccontavamo fuori dall’azienda cosa stavamo facendo, c’era una grandissimo interesse, a riprova del fatto che c’era un bisogno molto forte di dare voce – e d’altra parte non c’era niente. E allora, cosa possiamo fare? È venuta allora l’idea della scrittura; la Camera di Lavoro ha finanziato un corso di scrittura creativa con la scuola Holden di Torino, grazie a cui è venuta da noi una scrittrice che ci ha dato delle dritte. Scrivere è stato un passaggio ulteriore: un conto è raccontare a voce, un’altra cosa è scrivere, che richiede un livello di riflessione differente. E poi siamo andati avanti con questa esperienza.

 

MASSIMO: Aggiungo che io non volevo fare questo libro, perché questa cosa in Italia viene fatta spesso con la modalità dell’auto aiuto – soprattutto in Trentino. Questo meccanismo c’è e bisognava metterlo insieme ad un altro, che è quello del sindacato, che tira fuori delle cose belle. Quando ho cominciato a scoprire la storia dell’Olivetti, la ma vita è cambiata. Negli anni Cinquanta, Enrico Fermi gira per l’Italia dicendo a tutti che bisogna fare una calcolatrice (il pc!) e l’Università di Pisa accoglie la sua idea. Poi l’Olivetti si mette a fare qualcos’altro e in tre-quattro anni fanno il primo calcolatore elettronico mai fatto al mondo. Ne vendono 40 e c’è un momento in cui l’Italia sembra l’unico paese al mondo capace di calcolare. Muore Olivetti, muore l’ingegnere che ha costruito il calcolatore, ci sono le pressioni della finanza, della Fiat, dello Stato che non difende … e l’Olivetti muore.

 

Interventi del pubblico

 

F Prof.ssa Vignato: Insegno antropologia e gli studenti sono entusiasti del libro, non ne vedono principalmente l’aspetto depressivo. Leggendo queste storie, si sono resi conto di che cosa significa mantenere e proteggere la vitalità delle cose: hanno capito che cosa significa che il lavoro è un valore (alcuni lavori) e va costruito. L’altro fatto è che più osserviamo le persone che partecipano a queste cellule, più vediamo il bisogno di uscire dalla solitudine in un luogo di mezzo in cui si può essere un po’ felici e un po’ no. Noi ricercatori intravediamo in questa formula qualcosa che risponde ad una comunità da costruire.

 

F PERSONA 1 (Martina): la prima domanda è: in queste assemblee le relazioni erano “autonome” e autogestite o c’erano professionisti che gestivano? La seconda considerazione è: i luoghi di incontro e conversazione mancano in diversi livelli, soprattutto per giovani. Discoteche e pub prendono il posto di stanze e luoghi in cui i ragazzi potevano confrontarsi.

 

F PERSONA 2: ho letto la storia dell’Olivetti e per me è stato devastante capire cosa è successo, una demolizione per motivi personali. (Intervento di Cirri sul fatto che c’erano degli interessi americani per eliminare l’Olivetti, che prima di chiudere del tutto ha fatto il primo personal pc del mondo). Sembra un parallelo con la politica italiana.

CIRRI: mi è risuonata uguale quando per M’Illumino di meno ho contattato una signora che lavorava in un’azienda che produce pannelli fotovoltaici. Diceva che l’azienda alla quale apparteneva, una multinazionale, era diventata la prima azienda in questo settore in Italia perché la nostra politica ha cambiato il conto energia 5 volte in 7 anni e quindi le aziende piccole italiane sono morte necessariamente. Ci sono degli interessi dietro e una mancanza di visione da parte della politica.

 

F PERSONA 3: da progetti come questo possono nascere delle cose imprevedibili.

 

F PERSONA 4 (SONIA): lettura di un passaggio del libro. Siamo abituati per lavoro a fare incontri, supervisioni etc…ma poi per rispetto privacy etc ce lo teniamo per noi. Ed invece c’è bisogno di scrivere e di mandare fuori. Possono essere delle occasioni per scrivere la storia di quello che sta accadendo, anche per i nostri figli.

 

F PERSONA 5: sono venuta per curiosità. Chiedo se in questi gruppi di incontro ci sia un aspetto filosofico della questione. È comunque tempo: è importante che noi per primi ci rendiamo conto che siamo delle persone a prescindere dal fatto se lavoriamo o meno. L’altra riflessione è questa: ho lavorato per la Regione nella gestione dell’attività formativa per i cassa integrati; ho visto tanta rabbia e tanta delusione. Ma bisogna puntare su di sé, per capire cosa posso fare io. Dalla Regione il messaggio che voleva passare era far emergere le competenze personali, al di là di quello che si sapeva fare sul proprio posto di lavoro. Inoltre, è necessario che ciascuno investa sulla propria formazione.

 

F PERSONA 6: mercoledì, dopo 150 anni di azienda, è arrivato il dirigente che ha detto che di 63 lavoratori ne servivano 20 e che ad aprile comunque l’azienda chiude. Apparteniamo ad una multinazionale: non siamo mai stati ascoltati e non c’è mai stato dialogo con i proprietari. Non è che sia ora di cambiare sistema, ovvero di parlare di interessi dei lavoratori e dell’azienda? Cambiare paradigmi: da doveri e diritti a interessi comuni?

 

F PERSONA 7: noi siamo in un territorio diverso da quello lombardo. Il 99% delle persone che abitano qui lavorano per aziende che non hanno più di 30 dipendenti, quindi non sposo alcune vostre affermazioni. Noi nasciamo tutti uguali, quindi non c’è chi ha il diritto di avere il lavoro e c’è chi ha il dovere di darglielo. Noi abbiamo solamente il diritto a lavorare.

CIRRI: non c’è molta differenza nell’esperienza soggettiva tra chi in Lombardia viene lasciato a casa e chi viene lasciato a casa da un datore di lavoro di un’azienda di 30 persone.

Replica: un conto è sentirti vittima, un conto è sentirsi parte di un meccanismo più grande.

CIRRI: quali macchine sociali leggere comunitarie possiamo mettere in atto? Qualsiasi dolore malattia, situazione umana diventa grave se viene lasciato a macerare nella solitudine.

 

F PERSONA 8: il tempo dei suicidi è attuale. Per quanto tempo si è detto, parlando di sé, il nome dell’azienda e non il tipo di lavoro che si faceva ed andava bene così, finché l’azienda ti coccolava dall’apprendistato alla pensione. Ma non era giusto, perché la tua ricchezza è quello che sai fare, non il nome dell’azienda. Sapete quanti dirigenti si stanno massacrando in questi anni? L’unica risorsa sono le nostre capacità.

 

CORRADO: paradossalmente, la perdita del posto di lavoro ci ha permesso di partire dal dramma e di arrivare a parlare della vita. Perché queste paure, finché lavoravo, non uscivano? Perché mancava un contesto di ascolto. Continuano ad esserci situazioni pesanti: in un’assemblea alcune donne si sono alzate dicendo che l’azienda le aveva fatte sentire in colpa per la loro maternità. Si dice ai disabili di stare a casa in modo che gli americani non vedano che ci sono dei disabili che lavorano. Siamo in questa situazione anche perché sono vent’anni che ci raccontiamo che se vuoi fare una cosa ce la puoi fare…e non è vero! Dire a qualcuno che ce la può fare senza partire da come si sente lui è dargli un calcio ancora più grande; bisogna tenere conto della situazione in cui è. Il problema di fondo è che tutti abbiamo bisogno di tutti, siamo in una collettività in cui c’è chi fa ogni cosa. Siamo in un Paese che sposta l’attenzione sulla finanza e non mette più al centro il lavoro. Questo lavoro serve anche per noi sindacato, che rischia di diventare un consulente.

Il gruppo non ha specialisti al suo interno, ma io alzo la testa perché sono io a parlare e non c’è delega.

 

VALENTINA: Trovare luoghi di incontri è un tema molto caro alla cooperativa, che vuole proprio dare casa ad un progetto.

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